21 Set

RICONOSCERSI NELLA PATOLOGIA

Decodificare dei segnali corporei istintuali e incontrollabili come comunicazioni di “gradimento” oppure di “rifiuto” dell’Inconscio.

QUELLO SONO IO!

La patologia potrebbe essere anche un fattore nel quale si definisce la propria identità

 

 

Si sottovaluta spesso l’importanza del “ riconoscersi” nel bilancio complessivo del proprio benessere: ancor meno intuitivo, poi, diventa il concetto di  riconoscersi in una patologia.

Se chiediamo a uno qualunque dei pazienti intenzionati a cambiare parte della loro vita, che cosa esattamente voglia cambiare, perlopiù indicherà dei risultati: “faccio così e cosà e alla fine non sono soddisfatto dei risultati, e ritengo che questo dipenda da me”. In sintesi questo potrebbe essere il discorso standard della maggior parte di chi richiede aiuto per cambiare qualcosa di sé.

Altri (molti meno) vorranno cambiare degli atteggiamenti o dei comportamenti,  e il loro discorso iniziale potrebbe essere: “mi sento a disagio quando mi comporto o mi viene da comportami in questo modo”.

Altri ancora la capacità di gestire delle sensazioni o situazioni (il che, volendo essere pignoli, potrebbe rientrare nell’insieme denominato “risultati”), e potrebbero dichiarare: “sono stufo/a di sentirmi così male quando succede questo o quello, o quando mi trovo di fronte a questo o a quello”.

 

Bene, in nessuno di questi ipotetici discorsi iniziali viene presa in considerazione l’eventualità di “sentirsi ancora se stessi” una volta effettuato il cambiamento.

Sono rarissimi coloro che sono consapevoli di volersi riconoscere all’interno del cambiamento che cercano, e pressoché tutti non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi che una volta cambiati potrebbero sentirsi a disagio!

In fondo cercano di cambiare in meglio, e se la loro situazione migliora, perché dovrebbero sentirsi a disagio? Logico, no?

 

Intendiamoci, se vi sembra davvero logico, nel senso che tutto ciò vi appaia davvero sensato, senza un minimo di dubbio, vorrei rimandarvi ai miei articoli Comunicare con l’Inconscio e Coinvolgimento emotivo, perché si possa affrontare il seguito senza  sentirsi smarriti.

 

Eh, sì, perché da un po’ un senso di smarrimento sentirsi chiedere cose del tipo:

– Ma poi, se migliori, sei sicuro/a di riconoscerti ancora? –

È una domanda essenziale da farsi, perché se siamo abituati ad ottenere certi risultati, ad avere certi atteggiamenti o certe reazioni, possiamo anche sorprenderci nell’esclamare: “Eh, io sono fatto/a così”.

Già arrivare a pensare un’affermazione del genere significa che ci riconosciamo in quelle manifestazioni che, razionalmente, percepiamo disturbanti.

 

All’inizio di un percorso di cambiamento è bene prendere in considerazione che stiamo per modificare parzialmente la nostra identità: se mi percepisco, ad esempio,  come “sfigato”,  prima di diventare un “tombeur de fammes” devo essere pronto ad acquisire la nuova identità. Ricordiamoci che la nostra Istanza Emotiva (Inconscio) si nutre di emozioni, ed è anche piuttosto abitudinaria: una volta che ha acquisito un menu, poi vuole sempre lo stesso!

Per tornare all’esempio di poco fa: una volta abituato a nutrirsi delle emozioni dello sfigato, per dirla in parole semplici, il mio inconscio potrebbe trovarsi a disagio nel non ricevere più il suo consueto  nutrimento, e non considerarlo nemmeno tale. In sintesi: potrebbe percepire le emozioni da tombeur de fammes come non-nutrienti, e mettersi di traverso al processo di cambiamento, richiedendo il menu precedente.

 

Prima di diventare tombeur de fammes, insomma, bisogna acquisire le abitudini emozionali di tali figura, trovarcisi bene, accettare di non essere più “lo sfigato”, e riconoscersi nella nuova figura. Sembra facile, ma non lo è. Specialmente per il nostro inconscio.

 

A questo proposito è utile scendere nella profondità del proprio mondo interiore, per conoscerlo meglio e attrezzarsi di conseguenza.

È quello che propongo, ad esempio, nel mio Laboratorio Emozionale: un percorso di gruppo nel quale sperimentare delle situazioni e dei vincoli che normalmente non si affronterebbero. E tutto ciò con il divertente ausilio delle tecniche teatrali, che diventeranno anche parte del bagaglio delle proprie competenze. Gli attori sono abituati a impersonare diverse identità, e per essere efficaci devono farlo davvero, non fare finta: imparando a fare come loro ci si aiuta alla preparazione di un cambiamento risolutivo.

È abbastanza frustrante, infatti, fare molta fatica per poi alla fine sentire la frustrazione di “non sentirsi più Io”: è un rischio che vale la pena prevenire e tenere nella giusta considerazione.

 

 

Sono uno psicologo e uno psicoterapeuta e quel che faccio ogni giorno è diffondere soluzioni, e laddove possibile idearne di nuove, al servizio del benessere altrui.

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