08 Lug

SPICCARE IL VOLO, FINALMENTE

Spiccare il volo significa lasciare tutti gli ormeggi che ci impediscono di volare. e quando ci siamo assicurati che tutto ciò che ci può trattenere è stato tolto, ma non voliamo ancora, allora il freno è dentro di noi

Se hai tolto tutto ciò che può trattenerti, l’unico freno esistente sei tu.

Cosa significa spiccare il volo? A volte potrebbe semplicemente significare togliere il freno dal proprio potenziale. Mi spiego: ora che la rubrica della Psicoteca si prende una meritata pausa estiva, voglio porre l’attenzione su un altro elemento che l’estate può mettere in evidenza: le aspettative. Oh sì, l’estate, come il Capodanno e altre ricorrenze stagionali, mette in moto delle aspettative: come andrà questa volta, sarà un po’ meglio, sarà come sempre, oppure, addirittura, sarà come mi merito che sia?

Spesso, nelle nostre aspettative possiamo cogliere la differenza tra ciò che pensiamo di raggiungere e ciò che vorremmo raggiungere davvero.

La differenza, cioè, tra i  “vorrei ma non posso” e i “quello è ciò che mi aspetto, considerando le mie potenzialità”.

Io ho sentito spesso questa differenza, anche personalmente, nella mia vita privata e in quella professionale ( e non solo d’estate): uno più uno non sempre fa due, a volte non è nemmeno un’addizione. E com’è possibile?

Se è successo anche a te, ti interesserà la mia nuova iniziativa gratuita, un seminario in diretta video che si intitola, appunto,  <Togli il freno dal tuo potenziale>: nel link trovi tutte le informazioni. Qui vorrei spiegarti perché trovo utile affrontare questo tema, in quanto il contenuto è chiaramente contro-intuitivo. Molti pazienti, per esempio, fanno fatica a comprendere di essere loro stessi a sabotarsi: l’altro giorno ho parlato con un’amica  che si era appena rotta il polso giocando a tennis, e che mi stava raccontando di come l’anno scorso, a inizio stagione come quest’anno, si era strappata dei muscoli della coscia. In entrambi i casi, la mia amica ha dovuto rinunciare alla stagione agonistica, e non senza dolore (anche fisico!). Quando, quasi per deformazione professionale, mi è sfuggito il commento: – due volte su due non mi sembra un caso. – lei ha prontamente ribattuto:

 

  • Cosa intendi dire? Che sono io che mi procuro gli infortuni? Guarda che io me ne stavo molto meglio a giocare nella stagione estiva, anzi non vedevo l’ora! –

 

Eh, certo, razionalmente è assurdo pensare che siamo noi stessi a sabotarci, e non ne vediamo le ragioni: se esse sono inconsce, però,  va da sé che non siamo in grado di coglierle (per approfondire il meccanismo di comunicazione con l’inconscio suggerisco di ripassare <Sulla ruota del Criceto> oppure <Comunicare con l’inconscio>). Proviamo quindi ad acquisire un’altra prospettiva: noi siamo abituati a percepirci come esseri senzienti, in grado di giudicare, valutare, soppesare scelte e decisioni.

I fatti ci dicono che non è sempre così. Se dovessimo immaginare la nostra parte inconscia, che è quella più determinante nel farci prendere una decisione piuttosto che un’altra, suggerirei di pensarla come ad un animaletto, al quale possiamo comunicare delle cose, forse possiamo anche negoziare dei “contratti”, ma sicuramente non a parole.

Faccio un esempio personale che ho fatto di recente durante una seduta, e che trovo particolarmente efficace per comprendere questo concetto.

 

I miei genitori hanno abitato a Bibione, in provincia di Venezia, fino alla fine dei loro giorni, mentre io mi trasferii a Torino già un quarto di secolo fa, per cui li andavo a trovare circa tre-quattro volte l’anno: nel 1999 decisero di adottare una cagnolina, che da piccina era graziosissima. Crescendo, però, divenne un po’ più sgraziata, e a mia madre (alla quale la cagnolina si affezionò di più, in quanto era lei che badava alle sue esigenze) cominciò a piacere meno, proprio da un punto di vista estetico. Nulla di devastante, nulla di particolarmente evidente: semplicemente la cagnolina piaceva meno di prima, quando era bella proporzionata, tant’è vero che dopo un paio d’anni i miei genitori approfittarono dell’occasione di prenderne un’altra, questa volta veramente “armoniosa”. Minnie, la cagnolina “cresciuta male”, sviluppò delle particolarità per cui veniva ancora meno apprezzata (ti è mai capitato di vedere che quando reagisci male a un evento, le cose peggiorano sempre di più? Questo era valido anche per Minnie): non leccava, tendeva a fare la pipì su un tappeto a cui mia madre teneva moltissimo, e ringhiava quando qualcuno tentava di lavarla. Per il resto era una cagnolina dolcissima e chiaramente in cerca di affetto: quando andavo a trovare i miei lei mi accoglieva in modo quasi “adorante”, in quanto, credo, sentiva che la amavo incondizionatamente e che, anzi, mi faceva tanta tenerezza. Non mi sfuggiva il fatto che le sue stranezze andavano a cozzare proprio negli aspetti in cui mia madre teneva di più, cioè la pulizia e l’igiene: però Minnie non si sentiva accettata e “protestava” come poteva, senza peraltro ottenere null’altro che un acuirsi delle cose che non voleva.

Se nel leggere quanto sopra ti è venuto in mente qualche passaggio della tua vita, sappi che non è casuale. 🙂

Ora, quello che suggerisco è di provare a pensare al nostro Inconscio come a Minnie: potremmo spiegarle che così facendo non ottiene nulla, che comunque l’igiene è necessaria, che è molto più bella da pulita, eccetera. Ci ascolterebbe? Ci capirebbe?

Lo so, è dura pensare che una parte di noi, quella più potente, tra le altre cose, ragioni come un cagnolino: ma se le cose vanno così, continuare a dirci <è impossibile> non ce le farà migliorare.

 

Come proseguì la storia di Minnie? Io avevo intuito che la cagnolina non si sentiva accettata, anche solo dall’impeto con cui mi cercava quando andavo a Bibione. Notai una cosa: impazziva di gioia se la portavo a passeggiare fuori (i miei possedevano un ampio giardino, dove i cani stavano a proprio agio), al punto che bastava agitarle il guinzaglino per sovra-eccitarla. Decisi di fare così: per un po’ di volte le agitai il guinzaglio come a dirle <andiamo a fare una passeggiata?> e, prima di uscire, la portavo in uno sgabuzzino dove tentavo di applicarle una polvere per pulirla. Lei protestò, non voleva venirci, e io mi fermavo, irremovibile: niente polvere, niente passeggiata. Per lei fu durissimo: le prime volte è stata sul punto di rinunciare alla passeggiata, per cui mi accontentavo di darle solo una veloce passatina, senza farle rinunciare al premio. Vedendo che il premio comunque arrivava, piano piano divenne meno riluttante di fronte alla mia richiesta pre-passeggiata: certo, nel frattempo io diventavo più “esigente” al riguardo, e le passate con la polvere divennero più lunghe, fino ad osare l’utilizzo dell’acqua. Ripetei la procedura, sempre uguale: guinzaglio uguale sgabuzzino del lavaggio, poi passeggiata. Alla fine, mi bastava mostrarle il guinzaglio perché lei si dirigesse da sola verso lo sgabuzzino in attesa di essere lavata!

Attenzione però: lei si faceva lavare solo da me. Non per particolari meriti, ma per essere stato perseverante nel “parlare il suo linguaggio” e andare incontro alle sue esigenze: nella fattispecie sentirsi accettata anche se era “strana”, farle sentire quanto le volevo bene anche se rimanevo irremovibile nell’ intento di lavarla.

 

I miei genitori erano sbalorditi, e tentarono di ripetere la procedura, ma senza ottenere lo stesso risultato: appena vedevano che si lasciava mettere la polvere, volevano forzare i tempi, lavandola completamente, oppure non le davano una passeggiata abbastanza lunga, ma soprattutto, non le comunicavano che stavano facendo questo per LEI e non per il loro desiderio di averla pulita.

Quindi, si accontentarono di affidarmi l’incarico di lavare Minnie ogni volta che fossi andato a trovarli. 🙂

 

Cosa c’entra tutto questo, con le nostre aspettative, con il nostro potenziale frenato, con le modalità per poter finalmente spiccare il volo?

Guardiamo cosa faceva Minnie: per un motivo che non capiva, ma “sentiva”, si metteva dei freni ai quali non era in grado di rinunciare. Ribadisco, proviamo a guardare il n ostro Inconscio allo stesso modo: se non ti fidi, prova solo a fare finta che sia così, seguimi nel gioco.

Minnie faceva delle cose che le procuravano dei vantaggi? NO.

Fu facile farle cambiare atteggiamento? NO (tant’è che lo cambiò solo con me).

Fu possibile farle cambiare atteggiamento? SÌ: a patto che si uscisse dalla modalità “logica” con cui affrontiamo solitamente i nostri problemi.

 

Quindi, tornando a bomba ai freni che limitano il nostro potenziale (posto che abbiamo escluso tutte le eventualità esterne e abbiamo realizzato che il freno siamo noi): capita che ci succedono delle cose che NON ci danno vantaggi? Capita che NON riusciamo a cambiare atteggiamento?

Se è vero quello che ho affermato in precedenza, e cioè che il nostro Inconscio si comporta come Minnie, posso dirti che la strada per venirne fuori ESISTE.

Non è facile, miracolosa, istantanea, come ci piacerebbe pensarla, ma è efficace: fino alla sua morte, nel 2015, Minnie continuò a farsi lavare da me e a godersi delle lunghe passeggiate, trattata come fosse la cagnolina più bella del mondo!

 

Ecco cosa tratterò nel mio seminario <Togli il freno dal tuo potenziale>: individuare il bisogno, per quanto assurdo che sta alla base del “freno” (per Minnie era la rivendicazione nei confronti di mia madre), un elemento di scambio (per Minnie era la passeggiata), perché non potremmo mai convincere un “animaletto” a rinunciare a qualcosa a cui tiene senza dargli nulla in cambio, e infine una modalità, PAZIENTE, in cui applicare gli strumenti a disposizione.

Se ti piace l’idea, partecipa anche tu: troveremo il modo di coccolare anche il tuo “animaletto”, di modo che smetta di fare i capricci e che possiamo, finalmente, spiccare il volo.

A presto!

 

Tiziano

 

Sono uno psicologo e uno psicoterapeuta e quel che faccio ogni giorno è diffondere soluzioni, e laddove possibile idearne di nuove, al servizio del benessere altrui.

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